Lavoro realizzato nell'ambito di Seme - artists residency, 91mQ Art Project Space, BERLINO:
"Lo spazio espositivo diventa uno spazio abitativo eterodosso, da cui muovere per rilevare il funzionamento delle dinamiche relazionali che individuano il senso e il ruolo della propria posizione dentro la complessa trama segnica urbana. Gli artisti articolano, quindi, nuove letture della loro configurazione identitaria e tracciano una mappatura continua degli spazi" (dal testo di fabio Campagna)
II PARTE
I. “Sweet.Maybe”
fotografie digitali + installazione site specific
Ho costruito una mappa fotografica della mia vita a Berlino assieme al peluche di “Die Maus” (incontrato in un mercatino della città), che allude ad una relazione tra me e lui.
In un intreccio di vita reale e finzione, i luoghi berlinesi sono teatro di idillio amoroso e gelosia, dolcezza e crudeltà, desiderio e sua negazione.
Una relazione immaginaria, con un pupazzo inanimato, nonostante l’apparente leggerezza delle foto è sintomo di solitudine.
Costruire il proprio mondo fittizio (e destinato a crollare), sovrapporlo a quello reale, diventa in questo caso un gioco tra verità e finzione, amplificato dalla presenza dello specchio.
alcune delle foto:
Installazione: ho sistemato le fotografie nel mio spazio abitativo all’interno della galleria, accanto ai miei effetti personali, come ricordi appartenenti alla mia intimità. Per un'incursione del pubblico nel privato.
II. Die Maus in Haus - remapping
Installazioni site specific con proiezione di diapositive
Foto di Die Mouse scattate negli stessi luoghi ed angoli in cui sono state proiettate, ma non coincidenti con essi.
Una di esse costituiva una soglia di ingresso al percorso espositivo, in cui ho effettuato una rimappatura esistenziale dello spazio da me vissuto. Costruendo un mondo altro, al cui interno sperimentare differenti possibilità di autodefinizione.
Il vissuto rimappa il luogo, sovrapponendosi ad esso senza coincidere, in maniera evocativa.
Le mappe mentali del quotidiano possono essere riplasmate attraverso un processo di perdita e rinnovamento dell’orientamento abituale, che proceda dalla riflessione sulle piccole emozioni proiettate su gesti e luoghi che abitiamo, o da cui ci lasciamo abitare.
Bisogna partire però dal riuscire a denudare il nostro cuore (citando Baudelaire ne Il mio cuore messo a nudo) che, se freddolosi, possiamo poi vestire con abiti teatrali, ma leggeri.